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10 dicembre 2012

SE L'OMOFOBIA COMINCIA A SCUOLA

Discriminati, vessati, abbandonati. Per non parlare dei comportamenti ostili, dell’emarginazione. Questi i risultati della ricerca sull’omofobia a scuola condotta da Demoskopea, con gay.it. Un problema che esiste ed è molto diffuso a cominciare dalle aule. Proprio in classe gli adolescenti scoprono il proprio orientamente sessuale. Quello che emerge è che i compagni, nel momento in cui viene resa nota l’omosessualità, si trasformano in un incubo.

Pochi giorni fa Chiara Maffioletti si è posta questa domanda:  "Essere gay è ancora un problema?".  

Centinaia i commenti. Si è scatenato un dibattito che sembra non lasciare dubbi: evidentemente lo è. In Italia più che in altri Paesi, dove l’orientamento sessuale non è giudicato. Ed è proprio di questi giorni la ricerca Omofobia a scuola.
Sui duemila intervistati, uno su due racconta di aver subito “discriminazioni a causa del della propria omosessualità o bisessualità. Si tratta soprattutto di offese verbali (77%), ma non mancano atti di bullismo e minacce (25%) e mancati riconoscimenti (17%). Il 9% riporta di aver subito aggressioni fisiche”. E a farli nel 90 per cento dei casi sono i compagni di scuola, anche se un 15 per cento punta il dito contro i docenti. Gli stessi che non prendono posizione (85%) anche se sono al corrente delle discriminazioni.
Ma l’emarginazione è a prescindere dall’aver reso pubblico la propria omosessualità.  Solo il 7 per cento lo ha fatto. Il resto è frutto di pettegolezzi esoprattutto per non aver gli stessi pgusti dei  compagni. Una cosa mi ha fatto riflettere. “La provenienza geografica non appare una variabile impattante sugli aspetti esaminati: si osserva infatti un’omogeneità di risposte tra gli intervistati provenienti dal Nord, dal Centro e dal Sud Italia”, si legge nella ricerca. Insomma, non importa dove nasci, comunque il tuo orientamento sessuale diventa una discriminante. E a proposito del quesito di Chiara, a rispondere tre su quattro: sì è un problema essere gay, perché “il livello di omofobia in Italia è molto alto (72%)”.


Fonte: Solferino 28 Anni Blog

01 ottobre 2012

L'OMOFOBIA MOSTRATA IN TEMPO REALE

Si chiama Nohomophobes.com ed è un sito realizzato dall'Institute for Sexual Minority Studies and Services della facoltà di Scienze dell'Educazione dell'Università di Alberta (Canada).
Partendo dall'assunto che chi apostrofa un gay utilizzando termini offensivi difficilmente lo fa in un'accezione positiva, il progetto monitora in tempo reale tutti i nuovi messaggi pubblicati su Twitter , mostrando e conteggiando quelli che contengono termini "sospetti". 
Ciò che ne emerge non è per nulla incoraggiante: i quattro contatori (separati a seconda dei termini identificati) crescono ad una velocità vertiginosa, dimostrando chiaramente quanto sia diffusa l'omofobia o, quantomeno, quanto non ci si preoccupi di far pubblicamente uso di termini che risultano offensivi verso una minoranza. I dati sottolineano anche come i gay maschi siano maggiormente soggetti ad insulti ed offese rispetto alle lesbiche, in una misura di circa 60 volte tanto.

Fonte: Gayburg

11 aprile 2012

L'OMOFOBIA MASCHERA UN'OMOSESSUALITA' LATENTE

Gli atteggiamenti particolarmente omofobi potrebbero nascondere delle tendenze omosessuali latenti. Lo suggerisce uno studio pubblicato dal Journal of Personality and Social Psychology, secondo cui l'ostilita' verso i gay è influenzata anche dall'ambiente familiare. "Gli individui che identificano se stessi come eterosessuali ma nei test psicologici mostrano una forte attrazione per persone del loro stesso sesso - spiega Netta Weinstein dell'università inglese dell'Essex - potrebbero sentirsi minacciati dai gay e lesbiche proprio perche' questi ricordano loro le proprie tendenze inespresse".
Lo studio riporta i risultati di quattro diversi esperimenti condotti negli Usa e in Germania in media su 160 studenti universitari. La propensione all'omosessualità è stata misurata sia attraverso il tempo impiegato dai soggetti ad associare la parola "me" alla parola "gay" o "etero" sia facendo scegliere loro tra una serie di foto di uomini o di donne. L'omofobia è stata invece misurata sia apertamente tramite un questionario sia attraverso dei test di completamento di parole.
Un'altra serie di questionari ha infine misurato quanto autoritarie fossero le famiglie dei partecipanti all'esperimento. In tutti gli esperimenti, scrivono gli autori, i partecipanti che si sono autodefiniti eterosessuali, ma che hanno mostrato una propensione inespressa all'omosessualità maggiore, erano anche quelli con le maggiori probabilità di reagire con ostilità nei confronti dei gay in diversi modi, dall'approvazione di politiche anti-omosessuali alla richiesta di leggi punitive per i comportamenti gay: "Per chi vive in famiglie molto rigide e omofobiche palesare un orientamento sessuale minoritario puo' essere terribile - sottolinea l'esperta - quindi le persone sono più propense a sopprimere gli istinti e avere atteggiamenti ostili verso gli omossessuali".

12 ottobre 2011

OMOSESSUALI E TRANS DISCRIMINATI E INVISIBILI, I DATI DI UNA RICERCA SUL LAVORO

Il 19% degli omosessuali ha subito discriminazioni sul posto di lavoro, il 13% ha visto respinta la propria candidatura a causa della propria identità sessuale (si sale al 45% per le persone trans), il 26,6% è completamente "invisibile" sul luogo di lavoro mentre il 39,4% non nasconde la propria omosessualità con la maggioranza dei colleghi o dei clienti. Sono alcuni dei dati emersi dall'indagine "Io sono io lavoro", la prima ricerca scientifica nazionale realizzata in questo campo. Realizzata da Arcigay e presentata oggi a Roma, ha raccolto 2.229 questionari compilati da persone LGBT, ha intervistato 52 testimoni qualificati e ha ascoltato 17 storie di discriminazione sul lavoro da parte di altrettante persone. Oltre il 60% preferisce quindi "non dirlo" sul posto di lavoro. Dove vi sono altre persone omosessuali o trans cresce tendenzialmente la visibilità. Il celare la propria identità sessuale è, per la maggior parte, funzionale a evitare trattamenti sfavorevoli: la maggioranza di quanti vivono nell'invisibilità, infatti, teme che svelando la propria identità sessuale subirebbe un peggioramento della propria condizione lavorativa. Tuttavia, questa aspettativa non è confermata dall'esperienza di coloro che hanno fatto outing, la maggior parte dei quali ritiene che la propria situazione non sia sostanzialmente cambiata, o sia addirittura migliorata. L'effetto positivo della visibilità sul lavoro è confermato anche dalla maggiore soddisfazione lavorativa registrata tra quanti sono visibili sul lavoro rispetto agli 'invisibili'. Il 4,8% ha dichiarato di essere stato licenziato o di non essersi visto rinnovare ingiustamente il contratto in ragione della propria identità sessuale negli ultimi dieci anni, percentuale che sale al 25% tra le persone trans. Il 19,1% ha dichiarato di essere stato trattato iniquamente sul lavoro in quanto omosessuale, e la percentuale sale al 45,8% delle persone trans da femminile a maschile e addirittura al 56,3% delle persone trans da maschile a femminile. Per la maggioranza degli intervistati, comunque, il presente è migliore del passato (è ottimista il 48,5% del campione) e il futuro sarà migliore del presente (lo vede positivamente il 54,6%). Meno rosee sono le previsioni di quanti sono stati licenziati o hanno subito un trattamento ingiusto in ragione della propria identità sessuale. "La discriminazione - commenta Raffaele Lelleri, sociologo e responsabile scientifico della ricerca - colpisce direttamente una minoranza di lavoratori LGBT. L'impatto indiretto è invece molto più ampio: secondo alcuni osservatori, esso è persino universale, visto che tutte le persone LGBT si trovano, prima o poi, a domandarsi se essere visibili o meno sul lavoro, ad anticipare le conseguenze del proprio coming out. Sorprende l'uniformità territoriale di questi fenomeni: Nord, Centro e Sud appaiono infatti accomunati da questi fenomeni. Non sorprende invece, purtroppo, la vera e propria emergenza in cui vivono le persone trans che lavorano, la maggior parte delle quali viene tuttora respinta o espulsa dal mercato". "Questa è un'indagine che non dà ricette - sottolinea Rosario Murdica, responsabile progetti della segreteria nazionale Arcigay - ma dà visibilità a un mondo spesso invisibile che esiste e va tutelato. E' una fotografia che regaliamo alla classe politica, e speriamo che prima o poi da quel mondo giunga una risposta". "Sappiamo - gli fa eco Paolo Patanè, presidente di Arcigay - che questo è un periodo in cui l'agenda politica è distratta da altri temi: crisi economica e conti da sanare. Ma è nei periodi di recessione che il clima si fa più rovente e le discriminazioni si accentuano".

Fonte: La Repubblica/Arcigay