23 luglio 2012

E IO MI SPOSO LO STESSO

"Vi dichiaro marito e marito". Segue applauso. Confetti. Spumante. I novelli sposi si scambiano un bacio. Mamma sta là davanti, con gli occhi lucidi. Papà sorride orgoglioso del suo ragazzone "che finalmente ha messo la testa a posto", scherza con la suocera. Sono lui e lui, Stefano e Stefano. Ma anche lei e lei. Simona e Selina. Diana e Luisa. Non siamo ad Amsterdam, né a New York. E nemmeno sul set di un film di Ferzan Ozpetek. Siamo a Viareggio, Versilia, Italia. E di fronte ai novelli coniugi c'è, in piedi, Cristina Scaletti, assessore regionale della Toscana. E' lei che ha celebrato quei matrimoni gay. Undici, per l'esattezza, in un solo pomeriggio. Un paio di settimane fa. Meno di un mese prima, qualcosa di simile è capitato a Torino. Stavolta l'ufficiale di Stato civile era Marta Levi, consigliere comunale del PD a palazzo Civico. Ha officiato trenta nozze omosex, leggendo gli articoli 3 e 29 della Costituzione. Senza fascia tricolore, questo è vero, ma per il resto in tutto simili alle decine di matrimoni etero che ha celebrato in municipio. Anzi. Attorno a lei erano schierati venti fra assessori e consiglieri comunali piemontesi, fra cui anche un paio di esponenti del PdL: Daniele Cantone e Fabrizio Comba. Insomma, se la legge nega ai gay il diritto di sposarsi in Italia, né quei riti hanno alcun valore all'Anagrafe, visto che per lo Stato la famiglia è una e una soltanto, sempre più coppie, circondate da amici e parenti, s'arrangiano come si può.
E' il matrimonio gay all'italiana. Fai-da-te. Perché se per lo Stato quel "" non conta nulla, per loro vale tanto quanto quello di mamma e papà: "Bisogna ridurre lo spread dei diritti civili fra Italia e Europa", ripete a tutti i neosposi l'assessore Scaletti. E così, nell'Italia dei diritti negati, fanalino di coda dell'Unione europea, nel Paese dove il PD si spacca non appena si discute di unioni civili, e dove il Vaticano lancia anatemi contro i politici che aprono agli omosessuali, le coppie gay non stanno a guardare: "La politica non ci vuole dare i diritti? E chissenefrega. Ci sposiamo lo stesso. Prima o poi lo Stato se ne accorgerà", ripetono i novelli sposi. Luca e Paolo. Marco e Francesco. Sabina e Laura. Ester e Vanessa. Un elenco lungo come una lista di nozze.
Quest'anno, poi, c'è stato un boom. E, sarà una coincidenza, per le nozze gay all'italiana ricorre un anniversario molto particolare. Era il 27 giugno 1992 quando a Milano, in piazza della Scala, il consigliere comunale Paolo Hutter celebrò il primo matrimonio gay. Una simulazione, come è ovvio, organizzata proprio per chiedere il riconoscimento legale delle coppie dello stesso sesso. Con tanto di fascia tricolore, simile ma non identica a quella ufficiale, per il celebrante. Fiori e applausi per le dieci coppie, nove di uomini e una di donne, che venivano dichiarate per la prima volta "unite civilmente". Fra loro Ivan Dragoni e Gianni Delle Foglie, diventati poi la famiglia gay simbolo della battaglia per i diritti civili. "Si scatenò il putiferio", racconta Hutter. "Il prefetto scrisse al sindaco Borghini. Ma la folla, che all'inizio ridacchiava, si fece trascinare da euforia e commozione, proprio come a un matrimonio vero. Poi, quando Ivan e Gianni tornarono a casa, il taxista volle offrire la corsa". Da quel 27 giugno in materia di diritti non è cambiato nulla. Ma centinaia di coppie gay hanno voluto sancire, come a Milano, la loro unione. E così a Padova qualche anno dopo. Alessandro Zan celebrò in municipio le nozze di Luigi e Andrea, inaugurando "i Pacs alla veneta". Anche qui prese di distanza e precisazioni dei politici di turno. Ma anche molti "seguaci", che hanno poi chiesto al consigliere di sposarli nella loro città. Fino al sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, a cui s'erano rivolte Antonella e Debora, conviventi da nove anni. E che alla fine, fra le polemiche, si presentò alla cerimonia che le univa in matrimonio.
A Pinerolo, poi, ci si sposa addirittura in chiesa. Quassù ci pensa don Franco Barbero, 74 anni, sacerdote da mezzo secolo e anima della comunità di base Viottoli, a unire gay e lesbiche credenti nel sacro vincolo. Don Franco le chiama "promesse d'amore" ma, a vederli, sono matrimoni in piena regola. Abito talare, leggio, omelia e citazioni del Vangelo. "Dio non fa pezzi sbagliati, Dio non è mica la Fiat", va ripetendo. In questi anni ha sposato 305 coppie e, racconta, "il boom di chi chiede di unirsi nel segno della fede si è registrato negli ultimi due anni". Poi gli sono arrivate oltre 8 mila mail di altri preti come lui e, racconta, almeno 300 farebbero come me: "Preti che si interrogano e che pensano che la Chiesa dovrebbe accogliere le coppie gay", dice. Non sono dello stesso avviso al Sant'Uffizio, che nel 2003 ha scagliato i suoi fulmini sul prete dei gay. Un decreto pontificio vergato dall'allora cardinale Joseph Ratzinger lo spoglia della tonaca. Ma non gli toglie i fedeli. Né l'entusiasmo: "Per la gente di qui io sono il prete, in tutto e per tutto. Quel che pensano a Roma non mi leva l'appetito". Anche perché fra i seguaci di Cristo non è il solo. Il 21 maggio di un anno fa a Cormano, vicino a Milano, madre Maria Vittoria Longhitano, parroca anglicana, ha sposato Agnese Cichetti e Letizia Torrisi con rito vetero-cattolico, con tanto di fedi scambiate e sacramenti.
E mentre gay e lesbiche s'arrangiano, attorno alle nozze cresce il business. Agenzie di viaggio specializzate. Mete esotiche per la luna di miele omosex. Cocktail dedicati. E pure un servizio legale: documenti e visti per sposarsi all'estero e poi festeggiare in Italia. C'è Quiiky, che organizza viaggi di nozze omo e cerimonie ufficiali dal 2007. "Sia nei Paesi dove è legale, sia dove si celebra una "promessa di matrimonio" che non ha valore per la legge, come in Italia, ma ne ha molto chi vuole sancire la propria unione", spiega l'ad Alessio Virgili. E così molte coppie fanno il doppio rito. Prima volano all'estero, dove lo scambio di anelli ha valore legale. Poi se ne tornano in Italia, dove invece quel certificato è carta straccia. E così si sposano di nuovo. Con i parenti e gli amici. Edoardo e Alessandro hanno scelto Dublino: "Lì ci lavora Edo, ma abbiamo rifatto la festa a casa nostra, a Roma. E' qui che ci volevamo sposare". Idem per Michele e Gonzalo. Sono volati in Spagna, poi se ne sono tornati a Oriolo, alle porte della capitale, e hanno spedito le partecipazioni agli amici. "Molti sono venuti, altri non si sono più fatti vivi. Ma non importa. Il nostro matrimonio vale molto più del pregiudizio. È vero. Autentico. Per sempre", raccontano. C'è pure Twizz, altra agenzia specializzata. Con tanto di pranzi di nozze, lune di miele e bomboniere. "Come per gli etero, l'offerta cambia in rapporto al budget", spiega l'ad Franco Fumagalli: "La clientela più esclusiva sceglie come meta Istanbul o Bodrum, che sono di questi tempi le città più gettonate dai gay benestanti. L'ultima mania è affittare i caicchi per godersi il mare". Ma c'è pure chi noleggia un'intera terrazza sui grattacieli di New York dove Twizz organizza feste con tanto di fuochi d'artificio. Se vuoi spendere meno, invece, il viaggio di nozze gay fa rotta sulle Canarie. In particolare Fuerteventura. Poi c'è il Sudamerica, ultima frontiera dei diritti LGBT. Da pochi mesi, infatti, Messico e Argentina hanno legalizzato i matrimoni gay. E subito è esplosa l'onda latina, che sta togliendo fette di mercato a Stati Uniti e Nord Europa. "Abbiamo messo a punto un pacchetto che si chiama "Amore, leggenda e magia" rivolto a gay, che consente di celebrare un vero rito Maya. Poi rotta verso l'Isla de Holbox, per godersi la luna di miele tra le tartarughe giganti", aggiungono a Quiiki.
Anche su gadget e confetti l'Italia dei matrimoni gay è più avanti della sua classe politica. Torte alla crema con gli sposi in tight, lui e lui. Cuori di panna con le spose-sirene. Lei e lei. Poi c'è l'azienda di confetti più famosa al mondo, la Pelino di Sulmona, che s'è buttata sulle nozze omo. E l'omonima deputata del PdL, Paola Pelino, amministratore del colosso dolciario, che dedica agli sposi omosessuali un confetto molto particolare. Il colore è il lilla, il gusto è il classico alla mandorla e il nome è tutto un programma: Gay Bride.
In Toscana, una coppia gay s'è inventata il vino per i banchetti omosex. Due etichette di rosso pregiato, dedicate appunto a gay e lesbiche. Per i maschietti c'è il "Vinocchio", Merlot e Cabernet. Per le femminucce c'è "Uvagina", rosso perlato, entrambi selezionati dall'enologo Maurizio Saettini. Si comprano sul sito "ProdigioDivino.com" e i proventi servono a "finanziare la battaglia per ottenere anche in Italia i matrimoni gay", spiega la coppia di vinaioli, che convive da ben 35 anni. Ad Avellino, invece, c'è un negozio che ha inaugurato la lista di nozze per soli omosex. E ha scelto come testimonial del nuovo business una coppia di bei ragazzi appena convolati a giuste nozze. Lo slogan parla chiaro: "Ognuno ha i suoi gusti... E tu che gusti hai?". E così mentre la città s'è risvegliata tappezzata di manifesti, in Italia il fenomeno già dilaga. È spuntato a Milano. Poi a Genova. E addirittura a Trieste. Tutti a caccia di sposi pronti a cacciare la grana, in tempi di crisi economica e matrimoni tradizionali ridotti all'osso. E ben vengano, allora, queste nozze un po' clandestine, un po' romantiche. Viva gli sposi. Rigorosamente gay.

Tommaso Cerno - L'Espresso n° 30 del 26

Fonte: Cinemagay