04 marzo 2010

FERZAN OZPETEK: "TRENT'ANNI DI BATTAGLIE GAY E RISCHIAMO DI TORNARE INDIETRO"

"Siete una regione civile, non fatevi contaminare dalla Lega" avverte Riccardo Scamarcio, ieri a Torino assediato come sempre dalle ragazze (e forse dai ragazzi), che nel nuovo film di Ferzan Ozpetek, "Mine Vaganti", in uscita venerdì 12 con 01 Distribution e Fandango, è il figlio gay di una famiglia patriarcale pugliese alle prese con un impossibile outing. Mentre da una parte sventolano le bandiere verdi di Cota e dall'altra Chiamparino raccoglie il bouquet delle spose lesbiche, nella città del Fuori!, di Pezzana, del festival "Da Sodoma a Hollywood" e dello scontro sindaco/cardinale - alla Don Camillo e Peppone - sul riconoscimento delle coppie omosessuali, arriva in città il regista turco a riaccendere il dibattito. Essere o non essere gay? Questo è il problema. Dopo trent'anni di battaglie, qui come altrove, è ancora questo. "Non bisogna mollare, non si deve dare per scontato quel che ci pare di aver conquistato - dice Ozpetek - Noi viviamo in un mondo ovattato, dove tutto è carino e piacevole e tutto è tollerato. Ma fuori non è così. Fuori ci sono figlie lesbiche rifiutate dalle madri, figli gay osteggiati dai padri, se non uccisi, come è capitato qualche anno fa a Siracusa. Un fatto di cronaca che mi impressionò fortemente. Ci sono violenza, intolleranza, ci sono le ronde, i picchiatori, ci sono i bulli che tormentano i ragazzini. Ma il mio non è un film sui gay, è un film sul rapporto tra un genitore e un figlio". Genitori e figli, come vuole un altro titolo molto popolare in questi giorni sugli schermi. ""Mine Vaganti" è dedicato a mio padre, sì. È dedicato a tutti i padri - racconta il regista turco - Ma nella mia famiglia non è mai successo nulla di simile a quel che capita nel film, nessuno a casa nostra ha fatto tintinnare un bicchiere, durante un pranzo, per fare pubblica confessione. Sono capitati altri episodi, magari altrettanto eclatanti, ma non questo. Eppure anche mio padre ha fatto fatica ad accettare. Avevo più di trentacinque anni e ancora quando ci incontravamo, a Istanbul, e mi vedeva con una ragazza ammiccava: "Te possino...". Ma è così. Un padre considera il figlio una parte di sé, un braccio, un prolungamento. È comprensibile il desiderio che sia come lui, così come è comprensibile la paura che non lo sia, che sia diverso. Ma la domanda che dovrebbe rivolgergli non è: sei gay? sei acrobata? sei ballerino? Dovrebbe soltanto chiedergli: sei felice?".
Il tema di "Mine Vaganti" - che ha una felice assonanza con "Le fate Ignoranti" - appassiona, anche se l'autore, che ha concepito il soggetto cinque anni fa a New York durante la promozione di "La Finestra Di Fronte" ("A una cena incontrai un uomo a cui l'omosessualità del fratello aveva rovinato la vita: proposi la storia a Procacci e lui ne fu entusiasta"), insiste sul non voler fare di questo nuovo lavoro un manifesto omosex. "Le signore - dice - mi incontrano e mi chiedono: Ferzan, quand'è che ti decidi a fare un film non gay? A parte il fatto che forse non hanno visto "Un Giorno Perfetto" o "Cuore Sacro", mi domando: perché non chiedono agli altri registi quando si decidono a fare film non eterosessuali?".
Riccardo Scamarcio, perfetto nel ruolo del "figlio minore", incompiuto e ambiguo, alleggerisce: "E' solo un film, non un trattato sociologico. Ho improntato il mio personaggio alla massima neutralità, correndo il rischio che suscitasse poca empatia". Sono affari di famiglia, insomma. Interviene nel merito Ennio Fantastichini, che in "Mine Vaganti" è il padre burbero e intollerante: "C'è una battuta cruciale, un personaggio che dice: "Siamo nel 2010, mica nel 2000". E il senso è che stiamo procedendo all'indietro nel cammino della civiltà. C'è una regressione, e non soltanto per quel che riguarda i diritti dei gay o delle coppie di fatto. Ci stiamo involvendo in tutto, anziché evolvere". Più mite il pensiero di Lunetta Savino, ormai condannata a fare la mamma di tutti i belloni del cinema italiano, di Luca Argentero in "Oggi Sposi" e qui di Scamarcio: "L'espressione sorpresa e afflitta con la quale questa madre osserva i suoi figli dei quali non ha capito nulla è un invito a tutti i genitori ad ascoltare i loro ragazzi. Perché soltanto attraverso il dialogo e la comprensione si salveranno, gli uni e gli altri". Chiosa Ozpetek: "Ora mio padre non c'é più e io rimpiango di non avergli parlato abbastanza. E vorrei che ad ogni mio successo fosse lì a vedermi, ad applaudirmi. In fondo passiamo la vita a cercare di piacere ai nostri genitori".

Fonte: La Repubblica