25 giugno 2012

VISTO NEL WEEKEND: W.E. - EDWARD E WALLIS

La condanna a morte è stata emessa a settembre, e l'8 giugno (in Italia) è stata eseguita la sentenza: "W.E. di Madonna, presentato allo scorso Festival di Venezia, è un brutto film". Così dissero i critici in laguna, così ripetono (quasi) tutti i giornalisti che lo vedono in questi giorni in sala.
Beh, mi dispiace, cari capoccioni, ma devo dissentire: W.E. è ben lontano dall'essere quel pasticcio ridicolmente melodrammatico che volete dipingere con le vostre taglienti/saccenti penne.
La storia del film è basata sull'intreccio tra passato e presente, tra realtà e fantasia, raccontando in parallelo la vita (inventata) di Wally Winthrop, giovane moglie insoddisfatta che sogna d'incontrare un principe azzurro, e quella (reale) di Wallis Simpson, americana pluridivorziata che arriva a sposare Edoardo VIII d'Inghilterra e che sarà la causa della sua abdicazione. Attraverso gli oggetti un tempo appartenuti a questa donna controversa, Wally ne ripercorre mentalmente la vita, in un gioco di specchi che, infine, diventerà strumento di catarsi e rinascita.
Lo dico senza girarci intorno, la storia della Simpson è infinitamente più interessante di quella della povera desperate housewife dei giorni d'oggi. Il melò si fa sentire meno o, comunque, è giustificato da una vicenda storica che è stata definita da alcuni "la più bella storia d'amore del ventesimo secolo". Le battute zuccherose assumono una dignità propria e uno spessore drammatico, perché messe in bocca ad una squadra d'attori credibili (su tutti, svetta l'eccelsa Andrea Riseborough, e Madonna andrebbe ringraziata solo per aver fatto emergere questo talento straordinario).
La colpa maggiore di W.E. non sta, ahimé, nelle cadute mielose o nella scarsa efficacia dell'intreccio fra le due trame. No, la colpa sta nel fatto che è l'opera di una musicista, che si è azzardata ad invadere il territorio dei grandi maestri, dei mostri sacri, dei dinosauri della celluloide tanto cari ai giornalisti. Non solo, ma la signora Ciccone aveva anche l'assurda pretesa di fare un bel film. Roba da matti, eh? Proprio a quest'atto di hýbris, di arroganza, si deve la bocciatura del film e la crocifissione di Madonna regista. Ma ce ne fossero, di passaggi dalla musica al cinema come quello di Madame Ciccone. In Italia, il meglio a cui abbiamo potuto aspirare sono state le fumose elucubrazioni di Battiato in Musikanten e, peggio mi sento, l'ammiccante ed insostenibilmente furbetto Radiofreccia di Ligabue. Pellicole che, con tutto l'affetto che posso nutrire verso l'italica terra, scompaiono miseramente di fronte alla ricercatezza estetizzante del film di Madonna.
In conclusione, W.E. va visto. Se non altro perché è un'interessante tentativo di rilettura di un personaggio bistrattato e condannato dalla storia. Ed è inevitabile associare quest'americana ambiziosa, additata da tutto il mondo come una spietata arrampicatrice sociale, alla stessa Madonna, autrice di un'opera che, per ricchezza visiva, assomiglia tanto, ma proprio tanto ad un bel film. Con buona pace dei critici-a-sproposito-ipercritici.
IMPERDIBILE.

Alessia Pelonsi (Ciak, si scrive)