15 maggio 2012

UNA PAROLA DI TRE LETTERE

Da "Internazionale", numero 948, dell' 11 maggio 2012 
Risponde Claudio Rossi Marcelli (giornalista di Internazionale. Ha scritto "Hello daddy!" Risponde alle domande dei lettori all’indirizzo daddy@internazionale.it
QUI l'articolo originale. 

I ragazzini di oggi, tra cui mio figlio, si danno continuamente del gay per insultarsi. Spero sia solo un brutto modo di dire, ma cosa si può fare per farli smettere?  - Sara 

Ho mandato un messaggio alla mia amica canadese, esperta di politically correct nordamericano: "Kelly, cosa può fare una madre stufa di sentire il figlio che usa la parola gay come insulto?". "Prenderlo a schiaffi". Ok, il politically correct nordamericano non è più quello di una volta. Ma Kelly ha risposto in modo duro per via di un precedente tra me e lei: un giorno mi mostrava alcune vecchie foto di Natale e, parlando dell’orribile felpa che indossava, mi fa: "That’s so gay!". Neanche aveva finito la frase che era già lì a scusarsi. E poi la sera mi ha mandato un’email. E il giorno dopo si è scusata di nuovo. E' stato buffo, perché io so per certo che Kelly non è affatto omofoba. Ma questo rivela quanto sia radicata la brutta abitudine di usare la parola gay in modo negativo. Devi fare in modo che tuo figlio riesca a vedere oltre il suo naso. Potresti invitarlo (obbligarlo?) a guardare Milk insieme a te o fargli fare una chiacchierata con un amico gay (io mi candido). Bisogna che sappia quanta fatica, quanto dolore, quanto coraggio ci sono dietro quella parola di tre lettere che lui getta al vento senza pensarci. E, se dopo tutto questo non avrà ancora capito, allora non resta che l’approccio canadese.